Distesa sulla foce del fiume Hudson, nella baia di New York, Ellis Island è stata per più di mezzo secolo il punto di ingresso negli Stati Uniti di milioni di immigrati europei. Fino al 1850 non esistevano procedure ufficiali per l’immigrazione a New York. Poi i tumulti che attraversarono l’Europa nel 1848 fecero impennare il numero di chi si imbarcava per cercare una nuova vita negli Stati Uniti, che si videro costretti a instituire un centro per la raccolta e la regolarizzazione di questa enorme massa di persone. Il primo fu Castle Clinton in Battery Park, sulla punta meridionale di Manhattan, che però si rivelò abbastanza inadeguato allo scopo. Fu così che nel 1892 si pensò di utilizzare il vecchio arsenale che si trovava su Ellis Island come centro per l’immigrazione, con un traghetto che faceva la spola con le navi approdate provenienti dall’Atlantico. Qui, i passeggeri che non avevano viaggiato in prima o seconda classe, erano sottoposti a dure ispezioni. La prima, abbastanza rapida, serviva per segnalare chi necessitava di maggiori accertamenti sanitari, con un segno di gesso sulla schiena. Poi ci si dirigeva nella Sala di Registrazione, dove gli ispettori interrogavano ciascun immigrato, ne sondavano le intenzioni, la provenienza, le capacità ed anche l’orientamento politico. Poi c’era la “scala della separazione” dove molte famiglie si dovevano separare, maschi da una parte, donne e bambini da un’altra, per ulteriori esami. Dopo tutti questi controlli, che a volte potevano superare la giornata intera, veniva lasciata una Inspection Card che permetteva di raggiungere la terraferma. In quelle sale, dove il destino di intere famiglie era deciso in qualche ora, le scene strazianti erano all’ordine del giorno, tanto da far meritare all’isola il soprannome di Isola delle Lacrime. Fu chiusa dopo che per anni fu utilizzata per lo più solo come prigione, in seguito al successo dei viaggi aerei transoceanici che resero obsoleti i lunghi viaggi via mare. La sua funzione fu ereditata dalla dogana aeroportuale.
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The Selvys Gospel Singers
Giovedi’ 15 e Sabato 17 Dicembre 2011 Conservatorio G. Verdi (TO), ore 21.15 THE SELVYS GOSPEL SINGERS Jessica Selvy Davis, voce Joni Selvy Brown, voce Jacklyn Selvy, voce Jennifer Selvy Carr, voce Jeffery L. Selvy, Jr, tastiere Jesse L. Selvy III, batteria Protagoniste, nel dicembre 2008, di una serie di applauditissimi spettacoli organizzati dal Centro Jazz Torino per la rassegna Blues al Femminile, dalla loro base di Earle, una cittadina nei dintorni di West Memphis (Arkansas), ritornano a grande richiesta le Selvys Gospel Singers. Insieme ai due stati contigui, il Mississippi e il Tennessee, dai quali è separato dal corso del Grande Fiume, l’Arkansas rappresenta la culla del blues. Lo Stato di Bill Clinton ha dato i natali, tra i molti altri, a grandi innovatori come Big Bill Broonzy, Rice Miller, Louis Jordan, e a piccoli maestri di fine Novecento come Luther Allison e Son Seals, oltreché a creativi bluesmen bianchi, come Charlie Rich e Johnny Cash. Ma l’Arkansas, tra l’area fluviale del Delta, le highlands e la capitale Little Rock , ha sempre vantato anche un formidabile scenario di musica religiosa, rappresentato a livello nazionale dalla diva del gospel Sister Rosetta Tharpe e da voci come quelle di Johnnie Taylor e Al Green, sempre in equilibrio tra gospel e soul. Dal 1988, le figlie dell ’”Apostolo” Jesse Selvy e della “Profetessa” Johnnie Selvy, rappresentano i valori più profondi ed esplosivi del gospel dell ’Arkansas, un gospel che è fieramente, impetuosamente tradizionale e al contempo danzante su un moderno respiro funky. Conosciute come The Selvys, Jessica, Jennifer, Joni, Jacklyn (la ricorrenza dell ’iniziale “J”, presente nei nomi di tutti i membri della famiglia, è un palpabile richiamo a Jesus, del quale si definiscono “ambasciatrici”) testimoniano la loro fede cristiana con l’irruenza e la fisicità elettrizzante che era di Rosetta Tharpe, permettendo – come osservano in una chiesa di Blytheville, Arkansas – “allo spirito di Dio di emergere attraverso le loro voci e i loro corpi”. Nella rivisitazione del classico “Dry Bones”, che si combina al frenetico e bizzosamente macabro “You Ain’t Dead No More”, o nelle ballads di ariosa e ieratica intensità, come “Born Again”, o in temi dalla celebrativa funkiness religiosa, come “God Is”, il loro sound è robusto e ampio, denso e ipnotico, e il rapporto dialettico tra le soliste (Jennifer con tutta la sua potenza, Jessica con la sua verace passionalità) e le sorelle, che armonizzano con fiera e vibrante determinazione, si basa su una furia ritmica portentosa, travolgente. E sul palcoscenico, da quello prestigioso dello Chicago Gospel Festival a quello del più umile revival sudista, questo mirabile swing religioso spinge le Selvys, con le loro silhouette massicce, a muoversi in coreografie dalla grazia imponente, singolarissima, che rispecchiano la luminosa e magnetica esuberanza dei loro messaggi canori: messaggi che tanto attraverso i veementi richiami biblici e il vivido linguaggio contemporaneo della loro scrittura originale quanto attraverso la profonda poesia spirituale di standard del gospel e del gospel-soul, come “Go Tell It on the Mountain”, “Surely God Is Able” o “People Get Ready”, toccano la sensibilità collettiva e scuotono le coscienze individuali del pubblico. Riduzioni di € 2 per studenti universitari (sino a 26 anni) Le riduzioni si effettuano solo in prevendita BIGLIETTERIASERALE i biglietti saranno in vendita, 45 minuti prima dell ’inizio dei concerti presso la biglietteria del Conservatorio G. Verdi Piazza Bodoni Torino www.centrojazztorino.it/linguaggijazz /