© foto di Giulia Polloli
La riflessione che sto per fare prescinde dal puro calcio giocato e scaturisce dall’insieme di notizie e considerazioni che in questi giorni si rincorrono nell’unico obiettivo: Mario Balotelli.
Il bad boy sembra non dover trovar pace, sembra essere diventato l’icona negativa su cui scaricare le frustrazioni di un paese intero. La sua manata alla telecamera Mediaset all’arrivo a Napoli ha fatto il giro del mondo e da questo gesto si è creato un tourbillon di considerazioni più o meno consone al reale valore di quel gesto. Senza voler minimizzare a tutti i costi, senza voler giustificare per l’ennesima volta un comportamento che, di per sé, appare ovviamente scorretto, è giusto dare il peso adeguato a quello che non è altro che un gesto di stizza. Non credo che l’operatore in questione fosse un nemico pubblico di Mario, non ci sono assolutamente premeditazioni in quello che è successo. E’ stato un gesto di stizza, sbagliato, ma pur sempre un gesto istintivo. Si è scomodato anche il dg della Nazionale per cercare di calmare le acque, ma il suo intervento non ha ottenuto il risultato sperato. Durante la trasmissione di Pardo poi, il gruppo di persone chiamate in causa per cercare di far capire quanto Balotelli sia icona dei giovani, per certi versi mi è sembrata una forzatura. Concordo con l’esclamazione di Mughini che di fatto toglie di dosso dal ragazzo Balotelli il peso di dover essere per forza esempio da seguire. Tutto il carrozzone mediatico ha marciato sull’ennesima balotellata, mettendo magari in secondo piano argomenti ben più pregnanti. Fa più clamore un tweet di un ragazzo di poco più di vent’anni che l’urlo di dolore della gente che da decenni cerca di combattere la malavita. Ognuno difenda i suoi valori, ognuno collabori con la lotta verso una società migliore se ritiene di farlo. Balotelli è un personaggio pubblico e come tale, ovviamente balza agli onori delle cronache, ma non dimentichiamoci che è solo un ragazzo (e il “solo” non vuol essere un modo per sminuirne la persona). La pressione entro la quale si trova a svolgere il mestiere di calciatore e soprattutto il tanto decantato stipendio milionario non cambiano di fatto lo status quo: Mario è una persona come tante, con i pregi, i difetti, le intemperanze dovute alla sua giovane età. Che ci siano problemi ben più gravi di cui nessuno parla è altrettanto scontato, il fatto che ogni suo gesto venga amplificato dai media però ci fa capire quanto ancora una volta il calcio e i calciatori vengano buttati sulla scena per oscurare o per alienare le menti da situazioni di più difficile giudizio. Tanto rumore per nulla, troppa attenzione a qualsiasi cosa venga gettata in pasto al pubblico grazie alla rete. L’importanza che si dà a certi tipi di comunicazione ha oltrepassato di molto il limite. Certo è che un personaggio pubblico sa che le sue idee, i suoi sfoghi, i suoi pensieri sono soggetti al giudizio degli altri. Fa parte del gioco.
Il calcio è e deve rimanere un gioco, i suoi interpreti dovrebbero venir giudicati e balzare agli onori delle cronache per ciò che fanno in campo, soprattutto quando nessuno si è mai proposto come esempio da seguire.
E dal punto di vista calcistico Balotelli allora venga criticato per le tre giornate di squalifica, perché di fatto ha provocato un “danno” ad una squadra che già arranca in campionato. Dai campioni ci si aspetta che possano caricarsi sulle spalle le sorti della propria squadra. In questo contesto sì che è giusto ribadire l’ingente ingaggio, se poi sul campo non dai quello che ci si aspetta da te.
Il Milan ha le ossa rotte, lo dimostrano i risultati e le considerazioni post Caen fatte da Allegri. Una critica dura e fatta a viso aperto all’atteggiamento poco professionale di alcuni interpreti, chiamati in causa in un contesto internazionale e non in grado di imporsi come avrebbero dovuto. Le spiegazioni possono essere multiformi, ma rimane il dato di fatto: questo Milan ha bisogno di bandiere e di uomini in grado di trascinare la squadra nei momenti difficili. E questo è un momento difficile, eccome. Per la gara contro l’Udinese Allegri spera di poter recuperare alcune pedine, anche se ancora una volta il reparto difensivo sarà ridotto all’osso. Si guarda all’ipotetico rientro tra i ranghi di Kakà non solo per le qualità balistiche del calciatore, ma per quello spirito da combattente attaccato ai colori della maglia che l’ha sempre contraddistinto. Qui si, è giusto, appiccicare alla schiena di Riky il cartello di icona di stile, quello stile Milan che appare dimenticato, appannato, offuscato da situazioni sconvenienti che di fatto condizionano poi il rendimento in campo dei ragazzi di Allegri. Ecco il senso delle parole del tecnico toscano. Dove sono i campioni, dove sono la voglia di lottare per la maglia, per un posto in campo? L’ideologia del tutto e subito con il minimo sforzo non è mai stata quella vigente in casa Milan. Kakà, Abbiati, Bonera lo sanno bene. Per questo Allegri spera di ritrovare i suoi “senatori”, per poter rimettere ordine nella classifica sportiva, ma soprattutto in quella valoriale che il Milan ha sempre mostrato come vessillo da seguire.