Donadoni, l’ultimo panda del calcio italiano

Pubblichiamo un pezzo del nostro amico Davide Grassi, scrittore serio e milanista sincero. Buona lettura a tutti.

156526469_DonadoniAngelo Anquilletti, detto Anguilla, era una delle mie figurine preferite quando ero bambino. Da adulto l’ho conosciuto alla presentazione di un mio libro e non mi ha deluso: cordiale, semplice, alla mano. Un vero casciavit. Di recente il suo nome è tornato alla ribalta per una vicenda spiacevole: il figlio William ha raccontato di come la sua famiglia sia finita sul lastrico per i debiti di Anguilla, che si è fidato di persone sbagliate per fare investimenti disastrosi. Risultato, dopo la morte di Anguilla la casa rischiava di finire all’asta per via di un debito di 50mila euro. “Abbiamo provato di tutto, compreso scrivere a Berlusconi. Niente. Poi grazie al cielo ci ha pensato Roberto. Roberto Donadoni. Sì, so che forse preferirebbe restare anonimo, ma non m’importa: papà avrebbe voluto così, io lo so”. Questa la dichiarazione rilasciata da William al Corriere della Sera.

Roberto Donadoni era uno dei miei giocatori preferiti quando ero più giovane. Di lui ho tanti ricordi: i dribbling ubriacanti contro il Malines (con alla fine anche un’espulsione, dopo che era stato massacrato tutta la sera dalla rocciosa difesa belga); i cross pennellati con precisione millimetrica; la paura a Belgrado, quando dopo uno scontro di gioco rimase a lunga a terra senza sensi. Michel Platini lo ha definito “Il miglior giocatore italiano degli anni Novanta”; per il giornalista Mario Sconcerti “Dava scatto, qualità e quantità permettendo al Milan di essere talvolta squilibrato. Un trait d’union straordinario tra centrocampo e attacco, un giocatore completo che ha sempre capito di calcio, tanto da diventare in pochi anni un eccellente allenatore”. Già, negli ultimi anni Donadoni è diventato un eccellente allenatore. Alla sua prima esperienza in seria A conquistò il non posto con il Livorno e l’anno successivo migliorò ancora. Ma si dimise nel febbraio 2006 dopo 23 giornate di campionato e con gli amaranto al quinto posto, per contrasti con il presidente Spinelli.

Nel 2006 venne chiamato a guidare la Nazionale italiana e, per un certo periodo, vinse sette delle otto partite in calendario. Il 17 novembre 2007 fu l’artefice di un’impresa mai riuscita prima alla Nazionale: la qualificazione agli Europei del 2008 con un turno d’anticipo. Agli Europei venne eliminato ai quarti di finali ai calci di rigore contro la Spagna, la squadra che vincerà il trofeo per due volte consecutive, ma questo gli costò la panchina. In seguito allenò Napoli e Cagliari, dove alla fine se ne andò per disaccordi con il presidente Cellino. Arrivò a Parma dove nel 2004 ottenne anche la qualificazione all’Europa League, che saltò per problemi finanziari della società. Nella stagione successiva mantenne il timone della squadra, che cercò di reagire durante la grave crisi societaria che portò al fallimento e alla retrocessione in serie D. E Donadoni ci mise la faccia, chiese perché nessuno avesse vigilato sui conti, chiese che venissero accertate le responsabilità a tutti i livelli. Rimase fino alla fine, tanto che gel 2015 gli venne assegnato il Premio Liedholm come esempio di fair play nel calcio, per lo spirito di lealtà e il comportamento tenuto in quei mesi difficili. Vinse anche il Premio Facchetti assegnato dalla Gazzetta dello Sport, più o meno con le stesse motivazioni: “Da calciatore ha lasciato il segno nel Milan più vincente di sempre. Poi, appese le scarpette al chiodo, è diventato allenatore con un garbo sempre più raro. Parole poche, risultati tanti. Anche nelle difficoltà estreme dell’ultima stagione alla guida del Parma, condotta con dignità, in mezzo al fallimento”. Di recente, ha preso il Bologna dal fondo della classifica e l’ha rigenerato, fino a portarlo all’attuale nono posto.

Di fonte a tutto questo, e considerato che è stato per anni una bandiera del Milan (basta vedere come è stato accolto dai tifosi quando è venuto a San Siro con il Bologna per capirlo) viene spontaneo chiedersi come mai non sia mai diventato allenatore del Milan. Di certo era molto più esperto di Seedorf e Inzaghi. Di certo è molto più amato di Mihajlovic. E la storiella del “Milan ai milanisti”? Si è preferito un allenatore che qualche anno fa ha dichiarato: “Io non potrei mai allenare il Milan, potrei anche morire di fame, ma ho rispetto per certe cose. Io ho giocato nell’Inter e sono interista”. Appunto.

E allora, perché Sinisa sì e Donadoni no? Sorge il dubbio che Roberto sia persona troppo seria, coerente e poco incline ai compromessi per l’attuale dirigenza rossonera. Forse non è abituato a fare il signorsì, forse è troppo intelligente e indipendente, forse è un uomo troppo vecchio stampo (e per me è una qualità) per una dirigenza che cerca perfino – in modo imbarazzante – di rimuovere il più grande di tutti dalla sua storia (Gianni Rivera), che non ha difeso uno dei suoi simboli quando era necessario senza mai chiamarlo in società, dove invece porterebbe competenza (Paolo Maldini). Una dirigenza – e questo è un fatto meno noto – che in occasione della festa del Centenario è riuscita a dimenticarsi negli inviti Luigi Bonizzoni, soprannominato “Cina” per il taglio degli occhi – che da allenatore vinse con i rossoneri uno scudetto nel 1958-59. E io l’ho conosciuto qualche anno fa Bonizzoni, e ho visto la sua delusione negli occhi per essere stato dimenticato da chi forse pensa che la storia del Milan sia iniziata solo nel 1986. Ora Bonizzoni non c’è più, ma mi è rimasto il ricordo di questo allenatore galantuomo. Proprio come Donadoni.

A proposito di Roberto, tra le tante prodezza di lui ricordo anche un rigore sbagliato contro l’Argentina a Italia ’90, nella sfortunata semifinale persa a Napoli. Ma per citare Francesco De Gregori, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia. Non solo un giocatore, anche un uomo. Un uomo come Donadoni, l’ultimo panda del calcio italiano.

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