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Non è facile. Oggi proprio riordinare i pensieri e togliere le umane emozioni dal racconto degli eventi sembra essere un’impresa titanica. Anche questo fa parte del mestiere, dicono, a me risulta da sempre molto difficile. Le giornate del post-Chievo hanno emesso un duplice verdetto. Il pareggio è stato fatale alla squadra che poteva uscire dal campo a testa alta per aver guadagnato un punto contro una “grande”. Invece Sannino è stato esonerato. Il marasma che i tifosi si aspettavano dai pranzi di Arcore, invece, non è arrivato e Allegri è ancora in sella a guidare il Milan in campionato.
Non sto volgendo una critica ad Allegri, sia chiaro, ma al sistema calcio che ormai è diventato un carrozzone mediatico che cerca e allo stesso modo dà visibilità. Lo confermano i fatti dell’ultima giornata di campionato: sia in serie A, con le decisioni di chiusura delle curve, mentre presumibilmente quei delinquenti che hanno gettato di tutto dallo Stadium la passeranno ancora una volta liscia, sia in Lega Pro dove la Nocerina ha rischiato di scomparire a causa del teatrino inscenato dopo le minacce.
Sono d’accordo: la squadra non doveva piegarsi al volere di quegli pseudo-tifosi, perché così facendo la si dà vinta ad un gruppo di violenti e prepotenti. Eppure io credo che la paura abbia preso il sopravvento, in buona fede. Ricordiamo che la maggior parte dei calciatori in campo, non sono altro che ragazzi, che spaventati hanno inscenato una farsa che ricorderemo a vita. Non è giusto che a pagarne le conseguenze siano solo loro. E’ giusto punire certi atteggiamenti, ovviamente, ma nessuno si chiede mai se l’attenzione attorno a certi tipi di partite non concorra ad aumentare la tensione?
Le nostre città la domenica diventano veri e propri scacchieri organizzati per la battaglia. Ricordo più di una occasione in cui il buonsenso non ha fatto capolino nella gestione del pre-gara. Ad esempio ricordo una partita in uno stadio abbastanza vicino a noi dove,con strade completamente chiuse, piazzale dello stadio blindato, camionette della polizia e uomini in assetto anti-sommossa, sono stati “scomodati” per una decina di tifosi ospiti, che addirittura sugli spalti, con la propria squadra in svantaggio, hanno inscenato trenini comici che hanno raccolto gli applausi del resto degli spettatori presenti, vincendo così almeno per la simpatia.
Tutto questo per dire quanto il calcio sia ormai diventato il braciere adatto a far divampare le fiammate del malcontento italiano. La valvola di sfogo negativa di una nazione in ginocchio, che al posto di scendere in piazza per i propri diritti, si arma di cori e striscioni prendendosela con chi, i calciatori, da idoli e semidei, sono diventati bambini viziati e privilegiati, bersaglio di rabbia, invidia, ira da parte di persone che non trovano più alternative nella propria vita.
Ma torniamo al Milan, ad Allegri, a Galliani. Tre entità che non vivono momenti di pura tranquillità: il campo non regala risultati, l’allenatore è nell’occhio del ciclone e Galliani per la prima volta viene messo in discussione dalla ventata di novità portate dalla new generation Berlusconi. Si è detto e scritto molto, non tornerò sull’argomento. Se non per sottolineare quanto non mi stupisca della decisione di confermare Allegri dopo il pranzo di Arcore. Da quel summit non poteva uscire altra scelta, così gli equilibri saranno mantenuti ancora per un po’ inalterati. Dopo la partita di Verona Galliani conferma la fiducia ad Allegri. Il giorno dopo Berlusconi, esonerando l’allenatore, avrebbe esautorato l’ad della fiducia e del suo appeal nel mondo del calcio, ma soprattutto avrebbe inferto un colpo mortale all’amico di sempre, quello che il Milan l’ha portato con lui sulla vetta del mondo.
Quindi, per quel che mi riguarda, sono ben felice che Allegri rimanga in panchina, perché lo ritengo il minore dei colpevoli di questa situazione. Il Milan arranca a causa di leggerezze commesse in ogni settore. Dal mancato arrivo di almeno un difensore e un centrocampista dal mercato estivo, dall’esuberanza di alcuni giocatori indisciplinati, che hanno contribuito ad indebolire ulteriormente una rosa ridotta all’osso dagli infortuni, dal continuo mettere in crisi la personalità del tecnico, dalle aspettative tradite di giocatori che in teoria potevano trovare riscatto. Allegri avrà anche cambiato modulo più volte, avrà magari giocato con un atteggiamento attendista, timoroso a volte, ma evidentemente si è trovato a fare i conti con uno spogliatoio poco lucido e sereno. Avrà anche sbagliato alcune scelte, ma si sa, siamo esseri umani, questo fa parte del gioco. Ora la sosta potrebbe ancora una volta essere benedetta per la crisi rossonera. Dieci giorni in cui poter provare a recuperare gli assenti, che di certo avranno i loro buoni motivi per rientrare in campo con energia nuova. De Sciglio per riprendersi la titolarità di una maglia che in estate era sua, Pazzini per dimostrare quanto sia fondamentale avere una visione di gioco in cui la porta avversaria è l’obiettivo, El Shaarawy per mettere a tacere le voci che lo danno partente, finito, consumato, cambiato. Proprio il Faraone sembra essere l’uomo più al centro dell’attenzione: il suo mancato utilizzo potrebbe costargli il posto in Nazionale. Lui e Balotelli hanno la possibilità di giocare insieme in vista dei Mondiali: è un’occasione ghiotta, da non lasciarsi sfuggire.
