ESCLUSIVA MN – Bolchi racconta: "Feci esordire Ambrosini a 17 anni. Lui, studente e pendolare Pesaro-Cesena"

© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Nella stagione 1994/95 faceva il suo esordio fra i professionisti Massimo Ambrosini, ragazzotto del Cesena di soli 17 anni. A lanciarlo fu Bruno Bolchi, che ne vide grandi qualità in precampionato. Il tecnico, ai microfoni di Milannews.it apre il cassetto dei ricordi, raccontandoci gli albori della carriera di quello che sarebbe stato bandiera del Milan.

Bruno Bolchi, Lei ha avuto il merito di lanciare tra i professionisti Massimo Ambrosini, quando aveva solo 17 anni, con la maglia del Cesena. Che ricordi ha di quel periodo?

“Fu una scoperta inizialmente casuale. Come consuetudine aggregavamo i 4-5 migliori Primavera della squadra. Essendo appena arrivato non conoscevo i ragazzi e ci pensò la Società a selezionare i giovani. Sin dalle prime battute vidi che Ambrosini aveva qualità, così l’ho aggregato in pianta stabile in Prima squadra e da lì a titolare”.

Lanciare subito un giovane non è facile, soprattutto in Italia

“Ricordo che in Coppa Italia mi mancavano alcuni centrocampisti tra infortuni e squalifiche. Allora lanciai questo ragazzo che fece una grande partita. Mi convinsi di aver visto bene e da quel momento fece tutto il campionato da titolare”.

Una bella soddisfazione, rivedendo la carriera che ha fatto Ambrosini

“Sì, ma non direi che l’ho scoperto io. Credo di averlo agevolato nell’inserirsi in questo contesto. Se uno è bravo è bravo e prima o poi emerge. Certamente Massimo ha avuto la possibilità di emergere prima”.

Già allora si vedeva la personalità?

“Assolutamente, senza personalità non ti imponi così velocemente. Lui si è preso il posto da titolare e lo mantenne non perché qualcuno gli regalò qualcosa, ma perché se lo era meritato sul campo. E a quell’età non è facile, in un campionato come quello di Serie B dove puoi avere alti e bassi”.

Aneddoti sulla sua esperienza?

“Quando lo lanciai titolare ricordo che era all’ultimo anno di scuola e per lui fu un grande sacrificio. Essendo il ragazzo di Pesaro convocammo il padre di Massimo per proporgli di far stare il ragazzo a Cesena, alloggiando insieme agli altri ragazzi. Siccome Massimo era all’ultimo anno delle superiori e si era ambientato a scuola decise di restare a Pesaro, facendo così il pendolare da Pesaro a Cesena. Certo, diventando giocatore professionista era difficile far conciliare la cosa con la scuola, tanto che finita lezione aveva il tempo di mangiare un panino e prendere il treno per venire ad allenarsi. Se aveva lezioni importanti lo aiutavamo a studiare, insomma, abbiamo gestito la situazione. Massimo in quell’anno ha fatto molti sacrifici”.

Il Milan poi gli ha messo gli occhi

“Stava facendo molto bene a Cesena e mi chiamò Ruben Buriani, chiedendomi informazioni. Io gli dissi che prendendo Ambrosini il Milan sarebbe andato sul sicuro e così è stato”.

Tanto che Ambrosini è diventato bandiera rossonera

“Difficile prevedere una carriera simile. Perché ci sono sempre mille risvolti che possono impedire l’esplosione di un talento. Certamente si vedeva una grande stoffa da subito”.

Può considerare Amrbosini fra i migliori giocatori mai allenati?

“Nella mia carriera ho avuto la fortuna di vedere crescere dei giovani che poi hanno avuto la fortuna di arrivare in Nazionale o comunque fare una grande carriera: penso a Sebastiano Rossi, uno dei portieri più forti in assoluto, ma anche Rizzitelli, Massimo Orlando o la covata di giovani talenti a Bari”.

Crede che Ambrosini possa avere un futuro anche da allenatore?

“Anzitutto mi spiace che sia terminata l’avventura al Milan, ma c’è una legge di natura. Non so che intenzioni abbia adesso. In futuro, se vuole fare l’allenatore, ha l’intelligenza, l’esperienza e la capacità per farlo. La professione di allenatore, però, è qualcosa di diverso dall’essere calciatore”.

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