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Ci risiamo, il Milan ha gettato al vento metà campionato. Come lo scorso anno? No, peggio. Infatti, i rossoneri arrivano alla pausa natalizia con otto punti in meno rispetto al già disastroso inizio della passata stagione. Solo alcune statistiche e la speranza, quella che non deve mancare in nessuno, di un ricorso storico a confortare Massimiliano Allegri, per l’ennesima volta sull’orlo del licenziamento. Dopo la diciassettesima giornata, quasi a metà del campionato, il Milan lo scorso anno aveva otto punti in più (27 contro i 19 attuali) con una posizione in classifica totalmente differente rispetto ad oggi (7° posto contro il 13° corrente). Da allora alla fine del torneo gli uomini di Allegri realizzarono 45 punti in 20 partite con la media scudetto di 2,25 punti a partita. Arrivarono terzi, recuperando 2 punti alla Juve, vincitrice del campionato, 5 sul Napoli che arrivò secondo, 9 sulla Fiorentina (quarta, con polemiche) e ben 21 sull’Inter di Andrea Stramaccioni.
Ma i numeri, si sa, sono come il famoso pollo di Trilussa – se una persona mangia un pollo, e un’altra no, in media hanno mangiato mezzo pollo a testa – e lasciano il tempo che trovano. Oggettivamente, in questa stagione sarà difficile ripetere la grande rimonta e Allegri, capendo la situazione, ha indicato come obiettivi i posti che danno diritto all’Europa League, lontana 12 punti. Quest’anno, là avanti ci sono: una Juventus schiacciasassi che ha deciso di svegliarsi dopo la sconfitta contro la Fiorentina, una magica Roma che non ha ancora perso una partita (ed è seconda) e il Napoli “europeo” di Benitez che sarà, sicuramente, più costante dopo la pausa. Senza contare la bella Fiorentina, l’Inter di Mazzarri ed il sorprendente Hellas Verona. Ma non sono le buone condizioni delle avversarie ad agitare le acque rossonere. La squadra non pare avere abbastanza benzina in serbatoio per la grande scalata. Solo Ricardo Kakà rappresenta la felice eccezione: stessa faccia da bravo ragazzo di 10 anni fa e stessa classe. Ma, anche se gli manca l’energia utile, la brillantezza e lo scatto devastante che gli consentì di vincere il Pallone d’Oro, è ancora un fuoriclasse. E rappresenta al momento la vera, unica, incredibile certezza per la seconda metà di stagione.
Oltre ai singoli è tuttavia la squadra a non decollare. Quando bisogna far gioco, il Milan s’impanna. Vengono a galla tutti i limiti caratteriali di Montolivo che, da ormai ex-capitano, non ha mai preso in mano davvero la squadra, come i suoi importanti mezzi tecnici gli consentirebbero di fare. C’è da aggiungere, però, che in quel deserto è davvero difficile predicare bel gioco. El Shaarawy, che l’anno scorso nell’andata segnò talmente tanto da meritarsi un viaggio premio regalatogli da Ambrosini, è alle prese con molteplici problemi fisici; Balotelli, come Sansone – nessun riferimento ai giocatori di Parma e Sampdoria-, sembra aver perso la sua forza dopo l’addio alla cresta, agli orecchini e alle macchinone; Robinho continua a sprecare il suo grande talento per colpa della sua totale mancanza del senso del gol e Matri sarebbe dovuto essere l’acquisto Champions, ma si è rivelato un grande flop. In mediana, Muntari continua ad andare a segno come una punta, ma non riesce a togliersi il vizio dei contrasti troppo duri; Poli quasi sempre a mezzo servizio e fuori ruolo non è mai riuscito ad esprimersi veramente; mentre la difesa, se Abate e De Sciglio sbagliano una partita oltre agli inaffidabili centrali (Zapata e Bonera esclusi), resta il reparto più denutrito.
Solo un grande miracolo può salvare Allegri dall’avvento di Clarence Seedorf, pupillo del presidente Silvio Berlusconi, ma è difficile sfidare il destino due volte e pensare di farla franca. Totò, in un suo famoso film, di miracolo a Milano ne fece uno. Due sono troppi, anche per il Diavolo.